Massimo Kaufmann
1963, Milano, Italia
Massimo Kaufmann vive e lavora a Milano. Pur definendosi da sempre un pittore, nel corso della sua ricerca ha attraversato materiali, linguaggi e tecniche molto diverse, approdando alla pittura su tela in modo più radicale dalla fine degli anni Novanta.
Le sue opere si costruiscono attraverso stratificazioni cromatiche, ritmi ripetuti e minime variazioni che trasformano il colore in atmosfera, vibrazione e tempo visivo. Dietro l’apparente leggerezza decorativa emerge una disciplina rigorosa, quasi meditativa.
Ha esposto in importanti musei e istituzioni internazionali tra cui Fondation Cartier di Parigi, PAC di Milano, GNAM di Roma, MAMbo di Bologna e Museo Pecci di Prato.
La prima impressione è quella di trovarsi davanti a qualcosa di microscopico e cosmico allo stesso tempo. Come se il quadro mostrasse cellule osservate al microscopio oppure costellazioni lontanissime immerse nella luce.
I piccoli punti colorati sembrano muoversi dentro la superficie, aggregarsi, disperdersi, creare zone di densità e improvvisi vuoti respirabili. Ogni pannello del trittico ha un’atmosfera diversa: il primo più freddo e rarefatto, il centrale quasi esplosivo nella luce gialla, il terzo più acceso, nervoso, attraversato da un’energia frammentata.
La cosa particolare è che l’opera cambia continuamente a seconda della distanza. Da lontano appare quasi decorativa, luminosa, elegante. Avvicinandosi si entra invece dentro un lavoro lentissimo, ossessivo, costruito punto dopo punto, gesto dopo gesto.
Ed è forse proprio lì che si sente il tempo dentro questa pittura. Non come tema raccontato, ma come esperienza fisica. Guardando il trittico si ha la sensazione che il colore non sia stato semplicemente steso, ma accumulato lentamente, come memoria o pulviscolo luminoso rimasto sospeso nell’aria.
